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venerdì 28 aprile 2023

Infinito Moonlit di Sara Gamberini

 

Teresa crede nei mondi invisibili e nelle entità, ma le sue convinzioni sono sempre state ambivalenti a causa dei genitori, anarchici e atei. Teresa crede anche nell’amore, come fosse un patto stretto con la madre Dea, una donna eccentrica e scostante. Il destino, però, le ha messo sulla strada Moussa, il padre di sua figlia Maria, un uomo di origine senegalese e animista, e poi la stessa Maria, una bambina silenziosa e magica, che vive secondo ritmi e alfabeti tutti suoi, ed è molto vicina alle questioni del cielo. Teresa sta passando un momento difficile, soffre e fa fatica a capire il suo posto nel mondo. Anche Maria sta passando un momento difficile: si trova male a scuola, con le maestre e con i compagni, e avverte l’inquietudine della mamma. È per la bambina che Teresa trova la spinta a reagire, superando dubbi e paure e scegliendo di trasferirsi con lei in una casa circondata dai boschi, dove ricomporre i pensieri e i desideri a contatto con la natura. "Infinito Moonlit" è un incantesimo, la storia di una madre e di una figlia che grazie al pensiero magico trovano un modo nuovo di vivere e vedere il mondo, in comunione con l’amore che unisce ogni cosa, gli esseri umani alle foglie, gli animali alla rugiada, la meditazione alla vita.



Il romanzo di Sara Gamberini, attraverso una scrittura fascinosa e trascinante, accompagna il lettore in un mondo di fantasia e poesia dove in alcune parti il tratto diventa quasi poetico mantenendo però sempre un suo carattere non troppo distante da una realtà quotidiana che sembra "diversa" solo perchè raccontata in maniera onirica ma pur sempre riconoscibile e "vicina" a chi legge.

Una madre eccentrica che si scopre però fragile nei confronti di una figlia silenziosa e incantevole per la quale è pronta a tutto; il timore di Teresa di "contagiare" Maria con la sua infelicità e un amore che non bastava più spingono a fuggire da tutto e tutti per rifugiarsi nel silenzio della natura per isolarsi e ricomporre i pensieri.

In questa loro nuova dimensione Teresa e Maria, restate isolate e in compagnia solo dei ricordi, trovano il modo per vivere e guardare il mondo in maniera diversa; entrambe attraversano un momento difficile, una crisi esistenziale, con le persone, con il mondo che andava adesso affrontato in una maniera "fuori dagli schemi" per superare questo momento anche attraverso il loro rapporto che si trasformava giorno dopo giorno in un fortissimo legame simbiotico.

Un cambio di ruoli dove Maria avverte il disagio di Teresa e riesce a riportare equilibrio, reso instabile da confusione e da un amore che aveva perso dignità, trascinando la madre dentro la sua dimensione fantasiosa; Ma questo cambio di ruoli, se all'inizio sembrava troppo scontato, solo nel finale del libro rivelerà la sua vera natura quando si capirà bene quel legame che univa madre e figlia e quel dono prezioso e speciale.

Nel libro i temi principali trattati dall'autrice sono solo abilmente celati sotto una capacità stilistica volutamente duttile e fragile: 
la fragilità di una madrela difficoltà di essere donna la capacità educativa di un genitore attraversano una narrazione che incanta dividendosi tra presente e passato per rifugiarsi in mondi lontani dove l'elemento costante rimane sempre l'amore, che nasce, cresce per poi finire e ricominciare attraverso modi diversi.

Il Destino poi che, con le sue infinite interpretazioni, chiama per lasciare spazio a tutto ciò che non riusciamo a vedere, contrasta l'amore, le relazioni e le paure umane per suscitare il bisogno di una razionalità che però non sempre è in grado di dare risposte concrete, di dare un senso a quello che accade attorno a noi.

Tantissimi complimenti sinceri a Sara Gamberini che anche in questo romanzo conferma la sua abilità stilistiche nel muoversi che estrema spontaneità tra una quotidianità piu'vicina a chi legge e un mondo fatto d'immaginazione, restando in maniera naturale a rimanere sincera nel fondere reale e immaginario ispirandosi però anche alla sua parte razionale che è poi quella che alla fine lega emotivamente il lettore.

lunedì 17 aprile 2023

Il bene che ti voglio di Sandro Frizziero

 È la vigilia di Natale e Alessio Gorgosalice si affretta sul vialetto di Villa della Pace, la residenza per anziani in cui vive nonna Armida. Ha bisogno di parlare con lei. Non che si aspetti grandi risposte: la demenza senile le consente a stento di riconoscere chi ha davanti. Ma il suo obiettivo, forse, è un altro. Alessio ha poco più di trent'anni, fa l'assicuratore e ha una vita estremamente regolare. È sposato con Isabella e insieme abitano in una villetta a schiera acquistata grazie all'aiuto del suocero e scrupolosamente arredata coi mobili prodotti in serie da un "mobilificio incapannonato al centro della campagna, una specie di microcosmo in miniatura, un'epitome di mondo, un museo della creazione". Ogni giorno Isabella, ingegnere che si occupa di progettare e collaudare impianti, una mente votata ai calcoli e alle previsioni, gli prepara un pasto sano da portarsi al lavoro, che Alessio accetta con un sorriso. Ma sotto la superficie levigata di una vita come tante – il matrimonio, il desiderio di paternità, la dedizione al lavoro – fremono istinti selvaggi, risvegliati dalla relazione extraconiugale che Alessio intrattiene con Barbara. La recita che è sempre stata la sua vita si è incrinata in modo irreparabile e in lui stanno esondando pulsioni impossibili da arginare. Con una voce brillante, complessa, divertita e fantasiosamente ipertestuale, il narratore segue il magma dei pensieri di Alessio negli abissi dell'introspezione per poi andare a stanare tutti gli altri personaggi fino ad assumerne il punto di vista.

Sandro Frizziero è un autore che seguo con stima fin dal suo esordio letterario ( Confessioni di un NEET ) e devo dire che in ogni suo libro, oltre ad una intelligenza stilistica fuori dal comune, apprezzo particolarmente la sua capacità di sperimentare sempre qualcosa di diverso in virtù di una sua particolare predisposizione nel mettersi alla prova per riuscire poi a scrivere senza sottomettersi a canoni letterari più generalmente frequentati.  

Con "Il bene che ti voglio" l'autore, in maniera non del tutto convenzionale, cerca di analizzare lo scorrere del tempo alternando ricordi passati ad un presente narrativo fuso tra sogno e realtà.

I due personaggi principali, Alessio e nonna Armida, sono impegnati in un dialogo "silenzioso" utilizzato dall'autore come pretesto narrativo per incuriosire ancora di più il lettore sullo sviluppo di una vicenda composta per lo più da pezzi diversi di un puzzle dove la ricostruzione risulta complicata, diversa e non del tutto "immediata" per le diverse interpretazioni che nascono dal bisogno dell'autore di dar voce a tutti i personaggi all'interno del romanzo, moltiplicando i punti di vista e distogliendo l'attenzione frammentando una linea narrativa dove il Passato si percepisce più incerto  del Futuro perché condizionato dai ricordi.

Alessio in questa sorta di confessione ha bisogno forse non solo di ricevere qualcosa che la nonna non può più restituire, ma anche di continuare a sperare che i momenti felici possano ritornare, colmando quel silenzio passivo attraverso ricordi che nonostante tutto risultano separati da una realtà presente; una vita apparentemente normale dove l'ansia di amare qualcuno diventa sottomissione e dove l'unica maniera per sopravvivere e cercare di far convivere quella voglia di "evadere" con il bisogno di normalità in una rapporto a tre paradossale e non ordinario ricco di malintesi.

I ricordi nel romanzo sono esercitati dall'autore per introdurre il concetto di Bene, sviscerando il suo significato e le varie sfumature, per poi esprimere il suo carattere fortemente contraddittorio, sospeso tra ambiguità e ipocrisia, espresso dalle azioni dei personaggi e dalle loro impressioni che si affannano non solo a cercare ma anche a restituire qualcosa che se a volte appare irraggiungibile in altre invece risulta nascosto proprio là dove non si pensava di trovarlo, rendendo tristemente chiaro, purtroppo solo alla fine, di come occasionalmente desideriamo non tanto la felicità ma il suo esatto contrario.

Il linguaggio straordinariamente originale e articolato si evidenzia non solo nell'utilizzo di vocaboli non comune ma anche nella la capacità riflessiva che stimola l'introspezione personale, agevolata anche da paragrafi "intenzionalmente" lunghi, dove l'autore rende la lettura addirittura ancora più emotiva mescolando bene tragedia e ironia, per ridere a "denti stretti" insegnando ad essere un po' critici nei confronti della vita, verso una realtà raccontata in maniera cruda e sincera per contrastare al meglio ipocrisia e buonismo.

Tantissimi complimenti a Sandro Frizziero(che ringrazio anche per la bella dedica) perché ancora una volta è stato capace di scrivere un romanzo coinvolgente e "non banale" che racconta una vita artefatta, con parecchie esitazioni e macchie grigie, evitando un sentimentalismo scontato che diversamente non sarebbe riuscito ad arrivare tanto in profondità; Un romanzo magnificamente complesso dove già l'introduzione mette in evidenza la volontà di viaggiare nel tempo, partendo dal passato, per restituire poi nel presente narrativo una visione "distorta" che sembra quasi deridere oltrepassando i limiti attraverso il contributo di tutti i personaggi che, pur "creando" coralità, mancano di fisicità restando lontani in una storia che riflette parecchio anche della nostra epoca.


 

mercoledì 29 marzo 2023

AZZARDO di Alessandra Mureddu

 

«Entro nella sala col passo trionfale di chi va a riprendersi il mondo. Le banconote da cinquanta, a colpi di un euro al secondo, spariscono nella fessura una via l’altra. Le conchiglie, quando escono, fanno pof, come lo schiocco di labbra di un pesce».

A quarantun anni, nella pienezza della propria vita, una donna decide di salvare il padre, avvocato e giocatore patologico. E salvarlo significa addentrarsi nel mondo delle sale da gioco: un mondo senza finestre in cui non si distingue il giorno dalla notte, e neppure chi vince da chi perde, perché ogni vincita è destinata a finire nella fessura della slot: se ti è andata bene vorrai vincere di piú, se stai perdendo continuerai a giocare per rifarti. Cosí, la figlia che voleva salvare il padre si ritrova a dover salvare se stessa dalla malattia del gioco, che la trascina in un gorgo senza fine. Il conto si svuota, i capelli si imbiancano, il corpo sparisce sotto una larga tunica nera. Le relazioni, gli amici, i colleghi, la famiglia: tutto viene intaccato in nome di questa febbre morbosa. Gli ori di famiglia rubati ai genitori e svenduti nei «Compro oro» per una manciata di contanti da dilapidare in fretta.

Se può esserci salvezza, passerà forse dai Dodici Passi del Programma di recupero per i Giocatori Anonimi, ma le ricadute eroderanno ogni volta qualcosa di piú profondo. O forse la salvezza s’insinuerà in un sogno o in un piccolo gesto come quello del padre nella pagina finale del libro.

 
Romanzo d'esordio davvero d'impatto quello di Alessandra Mureddu che racconta, con voce sempre limpida e ferma nonostante a tratti si pieghi a divenire cruda e senza filtri, una condizione esistenziale drammatica di una donna di 41 anni che, tra sofferenza e irrisione, mette a nudo tutta la sua fragilità umana.
 
Attraverso la scrittura l'autrice riesce a prendere le distanze per descrivere una storia vissuta sulla pelle dove la mancanza d'aiuto e l'ostilità diventano più nocive della dipendenza stessa nel tentativo poi di restare in equilibrio tra astinenza e sobrietà isolandosi completamente dal mondo e dagli affetti circostanti.

Attraverso le pagine del libro scopriamo che, poco alla volta, tutti quei piccoli gesti appartenuti al padre, dopo aver prima combattuto e poi perso la sua battaglia, adesso sono parte integrante della protagonista, presenti in una simbiosi quasi inevitabile innescata da un rapporto che, se da una parte crea distanza, dall'altra genera un legame quasi materno dove emerge poi una gelosia innaturale per un cambio di ruoli inaspettato.

Il perbenismo, annientato dal suo essere tabù all'interno di un sistema dove anche la condizione di donna è annichilita, passa quasi inosservato per mezzo della tenerezza con la quale l'autrice si rivolge alla protagonista che, incapace di stabilire un limite, cercherà un punto di rottura, non nella perdita del denaro, ma con la perdita dei valori più riconducibili alla sfera affettiva.

Il conto in banca che si svuota e i capelli che diventano bianchi sono solo "campanelli d'allarme" inutili per una vita asettica, per un esistenza che ormai si limitava a galleggiare tra internet, gioco, sesso e amanti e dove il senso di colpa rimaneva purtroppo in vita solo per pochi attimi, schiacciato dal bisogno di giocare senza ormai più prestare importanza al vincere o al perdere.

L'autrice è davvero brava nell'accompagnare il lettore in maniera onesta e sincera tra le varie tappe di un decadimento morale e fisico attraverso un racconto che, pagina dopo pagina, risponde sempre più all'esigenza terapeutica di analizzarsi attraverso una sorta di diario dove, con voce a volte debole a volte invece implacabile, si riesce a comprendere come la rabbia possa diventare l'unica amica fedele per intraprendere un percorso di salvezza, ricostruendo passo dopo passo un recupero, lento ma graduale, di tante piccole cose, tornando ad una quotidianità che all'inizio sembrava inarrivabile solo perché troppo scontata in una vita del tutto lontana dall'abisso in cui si era caduti.

Tantissimi complimenti sinceri ad Alessandra Mureddu per il coraggio con cui ha scritto una storia capace, nonostante la sofferenza espressa, di catturare emozionalmente fin dalle prime pagine; personalmente credo di aver percepito nel libro non solo il bisogno di raccontare una storia personale ma anche la necessità di esprimere tutta la complessità nel vivere, non solo legata alla dipendenza ma anche unita alla difficoltà dei rapporti umani analizzando solo uno dei tanti abissi dove purtroppo la fragilità dell'essere umano può precipitare, sottolineando l'importanza però di chi è intorno per riuscire ad emergere e tornare a vivere.
 

venerdì 24 marzo 2023

Ragazze perbene di Olga Campofreda

 Nelle città di provincia le ragazze perbene si assomigliano tutte. Per sottrarsi a un futuro già raccontato, Clara si trasferisce a Londra, dove insegna italiano a ricchi expat e si trova intrappolata nel vortice degli incontri online. Ma il matrimonio della bellissima cugina Rossella, inseparabile compagna d’infanzia diventata poi modella di abiti da sposa, la richiama a Caserta. Clara si trova così ancora immersa nel mondo da cui è fuggita: all’addio al nubilato della cugina rivede le vecchie compagne di scuola, e nei giorni successivi incontra Luca, lo sposo, con cui aveva stretto in passato un’amicizia clandestina. All’improvviso, però, Rossella scompare senza lasciare traccia. E Clara, convinta che la cugina nasconda qualcosa, scopre nel suo diario un segreto impossibile da confidare, che minaccia il futuro radioso che Rossella ha sempre incarnato. Olga Campofreda toglie il velo sulle seconde vite e i desideri nascosti delle ragazze perbene, i cui destini sono specchio di una femminilità che parla di sacrifici e rinunce, di principi azzurri e segreti, di infelicità che si tramandano nel tempo, di madre in figlia. E racconta la storia di una ragazza che si ribella a sogni e consuetudini già logore, per inventare una strada nuova, tutta sua, da costruire con consapevolezza giorno dopo giorno.


Olga Campofreda ha scritto un romanzo forte e affascinante che trascina chi legge nel disagio di un adolescenza vissuta con le etichette cucite addosso dalla famiglia e dalla società.

Clara e Rossella sono due cugine che, dopo aver vissuto parte della loro vita insieme, tra aspettative disattese e occasioni perse, si ritroveranno dopo tanti anni passati distanti. 

La loro vicenda è la stessa di chi è fuggito, ma anche di chi è rimasto, quando nel frattempo attorno maturava un fermento sociale dove in particolare la donna rivendicava la sua emancipazione nei confronti di un mondo che proponeva solo modelli da imitare; è la storia di un intera generazione che vive e soffre in maniera diversa ma che si vuole confessare, vuole mettersi a nudo non risparmiando anche quello che non si vuole raccontare.

Dal racconto emergono due mondi a confronto: da una parte le ragazze perbene, destinate a ruoli non adatti e dall'altra chi fiuta il pericolo e fugge per non crescere senza poter decidere.

Entrambi i mondi, dopo aver combattuto in maniera diversa, inevitabilmente alla fine usciranno sconfitti, vittime di un processo autodistruttivo che da una parte viene causato da chi decide per loro, dalla mancanza di coraggio per ribellarsi e soprattutto dal bisogno di cercare amore solo attraverso la sottomissione; dall'altra parte invece la sconfitta prende le mosse da una fuga che non risolve i problemi, che non risponde alle tante domande che non trovano risposte concrete perchè non abituati a manifestare i propri bisogni, vagando in una dimensione esistenziale che rimane sempre in sospeso tra libertà e voglia di essere.

Clara e Rossella non sono sole in questo romanzo, difatti quasi tutti personaggi che incontreremo, nonostante le tante aspettative e desideri, si ritroveranno a vivere una vita fatta di decisioni non prese, bisognose di non rivivere il passato di altri ma con la triste consapevolezza di non poter intraprendere un altro percorso che non sia quello già vissuto.

Il tema principale del libro quindi gravita su quello detto e non detto, sull'importanza di analizzare il passato per suscitare domande che potenzialmente potevano scuotere le coscienze,   provocando spaccature profonde in un mondo dove tutto era già deciso, portando quindi a esprimere i propri bisogni, le proprie aspirazioni; tutto questo però incontrava un muro eretto dalla società e dalla famiglia e quindi l'unica alternativa per chi voleva essere compreso era scappare da un mondo che mostrava però solo quello che non si voleva essere, destinando chi era fuggito  ad un esistenza non meno complessa.

L'autrice con una prosa acuta, che si sviluppa attraverso una scrittura mai banale ed emotiva che a tratti si lascia contaminare da un dialogo più adatto ad una realtà di provincia, è davvero molto brava nel trasmettere le sensazioni di chi si sente inadeguato nei confronti della vita, degli altri, di chi è diviso tra voglia di libertà e ribellione; messi da parte però tutti gli impulsi, i desideri e le aspettative, il vero intento dell'autrice è quello di farci riflettere su chi siamo veramente, su come ci sentiamo noi quando non c'è nessuno che ci guarda, che ci giudica, quando appunto conquistata quella "libertà" tanto desiderata restiamo soli con noi stessi.

Tanti complimenti sinceri a Olga Campofreda perchè con il suo libro mi ha fatto partecipe di una storia capace di farmi riflettere molto, suscitando domande che impegnano su una risposta che non può essere universale ma personale; un libro che rappresenta una generazione intera, che è un inno alla libertà e un grido che incoraggia ad essere se stessi per non diventare modelli imposti da una società che decide per noi.


giovedì 16 marzo 2023

Grande terra sommersa di Alessandro De Roma

 

L’undicenne Pietro Stefano Mele è un ragazzino qualsiasi, che ancora non sa come un piede messo in fallo possa cambiare tutta una vita. Quando la madre scivola (anche per sua responsabilità, crede lui) e sbatte la testa su uno scoglio, inizia una lunga battaglia con il proprio senso di colpa. Il padre, Seb, un fanatico religioso dall’esasperato egocentrismo, riversa su Pietro la responsabilità dell’accaduto e lo abbandona nel piccolo borgo sardo di San Leonardo de Siete Fuentes, da nonna Sircana – sua madre –, che fino a quel momento è stata, per il nipote, solo una sconosciuta.

L’anziana vive in una casa ai confini del bosco e non pare avere alcuna intenzione di aprire il suo mondo a Pietro. Tuttavia, giorno dopo giorno, tra i due nasce un’intesa profonda.Pietro impara ad amare quella vita selvaggia fatta di avventure tra alberi e ruscelli, con poche regole da seguire. Soprattutto, è affascinato dai vicini, i Campus, una famiglia che ai suoi occhi rappresenta l’unità che ha perduto per sempre.Come mai, allora, la nonna sembra volerlo mettere in guardia da loro? Perché spariscono per intere settimane e poi ricompaiono come se niente fosse? Mentre l’attrazione di Pietro verso quella famiglia, e in particolare verso i coetanei Luca e Laura, non smette di crescere, un’ombra sempre più inquietante comincia ad avvolgere i vicini. L’inatteso ritorno del padre allontanerà però bruscamente il protagonista dal piccolo universo che sente ormai suo. Se le grandi terre sommerse sono quelle in cui proiettiamo la nostra fantasia, le persone che amiamo ne sono gli abitanti fino al momento in cui, adulti, non ne accettiamo le debolezze. Il romanzo di una grande voce letteraria, la storia della formazione alla vita del ragazzo selvaggio che è in ognuno di noi.  

Il libro di Alessandro De Roma è un romanzo di formazione dove, attraverso una narrazione scossa da emozioni contrastanti, il protagonista è alla ricerca disperata di quel coraggio, perduto sotto i colpi di una vita fortemente turbata e condizionata da un trauma irreparabile, necessario e vitale non solo per tornare a sognare ma per raggiungere la propria salvezza.

Pietro è un ragazzo che, dopo la scomparsa della madre, comincia ad avere paura della vita, perdendo fiducia nel futuro per precipitare in una solitudine necessaria solo per ripararsi dal mondo circostante che per il momento non offriva occasioni per riemergere.

Un trauma profondo e un senso di colpa pressante accompagneranno l'esistenza del protagonista che si ritroverà immerso in un silenzio "innaturale" dove la sua crescita verrà motivata soltanto da sentimenti mutevoli che non avranno mai una connotazione ben precisa.

L'unica arma per Pietro, nell'amarezza della sua esistenza, sarà proprio la sua capacità di analizzarsi che lo porterà a sfiorare una felicità appena solo possibile minata, anche in età adulta, da un senso di malinconia che solo alla fine si eclissa in una sorta di pacificazione che rimane sempre però in attesa del completamento formativo.

L'autore è bravo nel trasparire il suo "personale" attraverso la capacità del protagonista di pretendere dalla vita una svolta esistenziale, nonostante le tante negatività che lo attraversano, in questa sorta di discernimento dove nè l'amicizia e nè il passato riescono a diventare utili per lenire e dare risposta a quello accaduto, condizionando le scelte future.

La capacità stilistica "trascinante" dell'autore si evidenzia di più in una coralità narrativa dove ogni personaggio diventa indispensabile per ricostruire coraggio nei confronti della vita, per ritrovare valore nelle parole dette da chi non c'era più e per riaccendere la luce in un ombra esistenziale dove sopravvivere al dolore era l'unica maniera per andare avanti.

La Rabbia e l'Odio restano intrappolati nella mente e nei pensieri di Pietro che si rifiuta quasi di crescere per non piegarsi a quella crudeltà degna dei mediocri, per non farsi assorbire da quel mondo che lo circondava e che non era in grado di ascoltare le sue paure.

Nella parte finale del romanzo Pietro, malgrado tutte le avversità, riuscirà forse ad abbracciare come necessaria la scoperta di se stesso, in un esistenza fortemente segnata dal senso di colpa e dall'imprevedibilità di un Destino che probabilmente aveva solo rimandato quel salto nella vita necessario per liberarsi e tornare a vivere.

Tantissimi complimenti sinceri ad Alessandro De Roma per aver scritto un romanzo così bello e intenso dove mette in evidenza al meglio tutto il suo impegno personale per scrivere una storia capace di accompagnare il lettore non solo in un percorso formativo (dove non sempre è facile comprendere le scelte dei protagonisti), ma che sollecita anche quel tentativo di giustificare le conseguenze di ciò che stravolge senza motivo quella grande avventura che chiamiamo vita.

 

sabato 25 febbraio 2023

Domani mi sveglio presto di Davide Simeone

Roberto ha trentasei anni, un lavoro part-time in una lavanderia a gettoni, e non riesce a riprendere in mano la sua vita da quando Ludovica, la donna che ama più di ogni altra cosa al mondo, è scomparsa in un incidente stradale.

Camilla è un’adolescente esuberante con una famiglia problematica, che cerca il proprio posto nel mondo, Lucia una donna di mezza età che ha deciso di non perdersi d’animo anche se il vuoto lasciato dal suo Vincenzo è incolmabile. 

E poi ci sono Noemi, Violetta, Fatima, donne che la vita ha messo di fronte al dolore ma che da quel dolore hanno saputo trarre la propria forza. 

Frammenti di quotidianità e schegge di ricordi si intrecciano nella composizione di un romanzo corale di perdita e di rinascita, in cui ogni incontro è prezioso e può essere la scintilla capace di rimettere in movimento il cuore di ognuno.

 

Davide Simeone ha scritto un romanzo davvero molto bello ed intenso, con una narrazione appassionante e ricca di umanità che racconta un intreccio di vite che, nonostante le differenze generazionali, si incontrano confrontandosi sullo stesso livello, unite tutte dalla forza empatica delle emozioni.

Tutti i protagonisti risultano fortemente caratterizzati, impulsivi e razionali nello stesso tempo ma eccezionalmente collocabili in una quotidianità molto vicina a chi legge traducendoli per questo introspettivi e inclini ad una riflessione attenta.

Roberto, privato dal destino dell'amore della sua compagna, era apatico nei confronti della vita, capace di utilizzare come forma di resilienza solo il silenzio, per affrontare un esistenza dove ormai non era più possibile fidarsi dell'amore, se non continuando ad amare in maniera taciturna ma con rabbia e disperazione.    

Camilla era la classica adolescente con la testa tra le nuvole, capelli rosa ma con tanta paura di mostrarsi al mondo per quello che era veramente; senza prestare troppa attenzione a dubbi e domande sulle parti più buie della sua esistenza, aveva voglia di vivere al massimo la sua vita, divisa però dall'amore di due genitori problematici, forte di quel legame speciale nato con Roberto con il quale poteva cercare e dare affetto senza nulla pretendere,  essere veramente se stessa nella sincerità di risate e imbarazzo.

Violetta invece era una donna che soffriva fisicamente e internamente per quel suo amore sbagliato, un legame davvero nocivo che la rendeva ormai schiava, imprigionata nel vivere una vita non libera che le stava negando anche la possibilità di esprimere quel suo dolore prima che riuscisse a consumarla definitivamente.

Noemi, attraverso la sua malattia, trasmette sofferenza e pena per una condizione che condizionava il suo modo di vivere, senza la certezza di un domani, come una condanna che però riesce magicamente a tramutare in un'opportunità unica per riuscire bene a comprendere fino in fondo chi le stava accanto, per rapportarsi in maniera sincera con gli altri attraverso una specie di sesto senso che le permetteva solo adesso di riacquistare finalmente speranza e serenità nel vivere.

Lucia è una donna principalmente molto disorientata che, dopo la morte del marito, cerca in maniera drammatica di ricomporre i pezzi della sua vita; aveva fatto sulla sua pelle l'esperienza che a volte la vita non va nella direzione desiderata e che se il destino aveva scelto al posto nostro l'unica maniera per ricominciare era quella di accettare e vivere quel dolore in maniera che non potesse condizionare troppo le scelte future.

Ludovica è un personaggio che l'autore riesce a far rivivere attraverso i tanti flashback raccontati in quelle lettere scritte senza inchiostro da Roberto dove colpisce maggiormente quel suo essere unica e speciale, una donna capace di amare con dolcezza e comprensione, che rifiorisce in quelle istantanee di una vita comune dove la straordinarietà delle cose semplici rendeva più prezioso quel legame che il destino aveva spezzato ma che l'amore ancora manteneva vivo nei ricordi.

La bravura dell'autore traspare in particolare nell'abilità stilistica con la quale adatta il linguaggio usato a seconda della vicenda e del personaggio, alternando forme dialettali a toni dolorosi, drammatici ad altri più emotivamente profondi.

Scoprire la propria vita attraverso l'esperienza dell'altro e l'esigenza di guidare ed essere guidati per mostrare la via che poi alla fine si può percorre insieme sono tutti elementi che rendono il romanzo di Davide Simeone suggestivo e molto trascinante.

Un libro che si legge piacevolmente in maniera scorrevole, che non soffre mai di momenti di stallo e che non cede alla banalità; un romanzo corale che si sviluppa sulla forza della commozione, che sa parlare ad alta voce per implodere quando necessario e restare in silenzio nei momenti giusti per riflettere ed evolvere.  

 

 

domenica 12 febbraio 2023

Una minima infelicità di Carmen Verde

 

Una minima infelicità è un romanzo vertiginoso. Una nave in bottiglia che non si può smettere di ammirare. Annetta racconta la sua vita vissuta all’ombra della madre, Sofia Vivier. Bella, inquieta, elegante, Sofia si vergogna del corpo della figlia perché è scandalosamente minuto. Una petite che non cresce, che resta alta come una bambina. Chiusa nel sacrario della sua casa, Annetta fugge la rozzezza del mondo di fuori, rispetto al quale si sente inadeguata. A sua insaputa, però, il declino lavora in segreto. È l’arrivo di Clara Bigi, una domestica crudele, capace di imporle regole rigide e insensate, a introdurre il primo elemento di discontinuità nella vita familiare. Il padre, Antonio Baldini, ricco commerciante di tessuti, cede a quella donna il controllo della sua vita domestica. Clara Bigi diventa cosí il guardiano di Annetta, arrivando a sorvegliarne anche le letture. La morte improvvisa del padre è per Annetta l’approdo brusco all’età adulta. Dimentica di sé, decide di rivolgere le sue cure soltanto alla madre, fino ad accudirne la bellezza sfiorita. Allenata dal suo stesso corpo alla rinuncia, coltiva con ostinazione il suo istinto alla diminuzione. Ogni pagina di questo romanzo ci mostra cosa significhi davvero saper narrare utilizzando una lingua magnifica che ci ipnotizza, ci costringe ad arrivare all’ultima pagina, come un naufragio desiderato. Questo libro è il miracolo di una scrittrice che segna un nuovo confine nella narrativa di questi anni.



Il libro di Carmen Verde è davvero molto bello e affascinante, un romanzo scritto con uno stile raccolto e ricercato, costruito su voci e silenzi che seducono il lettore in un vortice psicologico emotivamente imprigionato da una narrazione complessa e a tratti lacerante.

Annetta è la voce narrante del libro, prima bambina e poi giovane donna, che si rivolge al lettore nel bisogno di "gridare" sotto voce la sua infelicità, espressa nell'incapacità di tener testa ad una vita fatta di incomprensione e insicurezza; decisa a vivere in disparte invece che scappare, sceglie di abitare quel dolore abbracciando un'esistenza, in un primo momento, fatta solo di riflessi.

Annetta si sente piccola, "imprigionata" in un corpo minuto e reclusa dal bisogno di essere chiamata a realizzare cose grandi, consapevole ma perennemente incompleta perché per realizzarsi aveva bisogno dell'approvazione di quel mondo che le sembrava ostile, aveva bisogno soprattutto di essere accettata e amata da una madre che invece, con la sua condizione, le impediva di liberarsi da quella sensazione di essere sbagliata, da un senso di colpa che portava addosso fin dalla nascita.

Sofia Vivier era una madre che, nonostante tutto, si sforzava per essere "normalesopravvivendo ad una infelicità, forse immotivata, che la rendeva a tratti inafferrabile, e in altri inaffidabile; preda di vizi viveva stordita e circondata da oggetti inutili che la distoglievano da una vita vuota, sempre alla ricerca disperata di un amore romantico senza prestare attenzione però a quello che aveva già.

Annetta sarà quasi travolta da questa sua infelicità, da quell'ombra ingombrante che le toglierà luce rendendola "schiava", succube di una madre da venerare, da amare come una Dea però con un pizzico di risentimento che provocherà poi quel cambio di ruoli inevitabile quando si presenteranno tutte le difficoltà di un destino in parte già segnato.

Quando la situazione inizierà a precipitare tutta la volontà di superare le avversità sarà tradita da una voce sempre più flebile, da un silenzio peggiore dei ricordi, con bugie che diventeranno verità e con una casa che comincerà a diventare ostile

La sofferenza diventa più dolce della compassione quando, nel tentativo di dimenticare, si mischia tra invidia e risate per portare il romanzo verso un epilogo dove acquisterà un sapore diverso, per liberare finalmente un'esistenza sofferta riassunta in un diario scritto senza inchiostro.

Tantissimi complimenti a Carmen Verde per questo suo romanzo che mi ha conquistato fin dalle prime pagine grazie, oltre ad una trama non scontata, alla sua capacità stilistica che affascina  alternando fasi emotivamente contrastanti ad altre fortemente claustrofobiche. 

In particolare ho molto apprezzato dell'autrice l'espediente delle fotografie utilizzato con saggezza nel libro come linguaggio nascosto attraverso il quale sospendere il tempo e dare "spazio" a quelle voci messe in ombra da piani narrativi differenti. 

martedì 27 settembre 2022

Sarò breve di Francesco Muzzopappa

 Ennio Rovere fa testamento. Ha impiegato l’intera esistenza per costruire un sogno e ci è riuscito mettendo su un mobilificio di successo che porta il suo nome in Brianza. Si è fatto da solo, ha avuto fortuna, anche se la sua vita non sempre è stata facile. Ha avuto amori più o meno fortunati, mogli più o meno fedeli, figli più o meno litigiosi, collaboratori più o meno capaci. Con il testamento, però, ha l’occasione di rimettere tutti a posto: dalla prima moglie all’esuberante donna di servizio, dal figlio minore allo zelantissimo autista, dal dentista al cane devoto. Mai come adesso, si sente libero di parlare e dire finalmente la sua.
Con la scusa di distribuire in maniera equa il suo patrimonio, il protagonista di questo libro ripercorrerà per iscritto la propria esistenza, intrecciando dinamiche familiari e lavorative, premiando quanti davvero hanno meritato il suo affetto e punendo senza pietà tutti gli altri, senza risparmiarsi neppure nel giudizio.
Ormai, questo è chiaro, non ha più nulla da perdere.
Un autore amatissimo dai suoi lettori torna in libreria con un romanzo originale e pieno di inventiva, un testamento in forma di commedia dallo spirito dissacrante e tutto da ridere.



Nell'ultimo libro di Francesco Muzzopappa il protagonista è passato a miglior vita e il suo testamento diventa per l'autore un espediente per far conoscere la sua storia, per raccontare senza filtri la vita di un uomo che, non avendo più nulla da perdere, voleva mettere il punto ad un esistenza fatta di alti e bassi, di vittorie e sconfitte, cercando di fare ma soprattutto dire (da morto) quello che in vita non era riuscito.

Ennio Rovere era un uomo che si era fatto da solo, che era riuscito a realizzare un sogno, il suo sogno: dopo un infanzia difficile, fatta di fame e povertà, la ricerca d'indipendenza era diventata sempre più sinonimo di sopravvivenza, soprattutto in ambito lavorativo dove, giorno dopo giorno, aveva cominciato a trovare una sua dimensione fino a raggiungere quel successo insperato da giovane ma che darà negli anni prosperità e tante soddisfazioni.

Tra gioie e dolori, amori sbagliati, figli e collaboratori, arrivato ormai alla fine della sua esistenza, Ennio sente l'esigenza di chiudere tutte quelle situazioni lasciate a metà decidendo così di riversare tutte la sua emozionalità in un testamento che si trasforma in un "memoriale" dove, rivolgendosi direttamente alle persone più care, rivivendo esperienze di vita passate insieme lasciando ad ognuno poi un insegnamento di vita.

Si inizia con la moglie, con la quale (come diceva lui) formava una coppia "improbabile"; un rapporto difficile che comincia a guastarsi quando diventerà mamma, con la nascita di quella figlia che, se da una parte aveva scombinato gli equilibri in casa, dall'altra aveva rappresentato un ancora di salvezza nel futuro, non solo per lui ma per la famiglia intera, quando l'azienda era entrata in crisi.

Dal genero ai nipoti, a cui consiglia di vivere la loro vita sempre al massimo perchè sicuro che fossero destinati a cose grandi, si passa poi ai personaggi "secondari" come il dentista, il psicoterapeuta e la segretaria che hanno accompagnato e arricchito fasi della sua vita; tra questi certamente la persona più cara sarà l'autista che, oltre ad essere un confidente prezioso, negli anni era diventato per Ennio un amico davvero sincero e insostituibile.

Amori importanti, amori sbagliati o tutte quelle storie significative che forse avrebbero meritato di più, arricchiscono un racconto dove il ringraziamento forse più sentito arriverà solo alla fine, ovvero quello rivolto ai suoi dipendenti ai quali Ennio non chiede altro che continuare a lavorare con la stessa passione di sempre che aveva permesso alla sua azienda di crescere tanto.

Con la solita scrittura, sempre scorrevole e dinamica e accompagnata da sarcasmo e da sottile ironia, in questo libro   (rispetto ai precedenti) piacevolmente troviamo più presenti  sfumature dove traspare dolcezza e affetto, dando al racconto un carattere intimo e personale per meglio empatizzare la figura del protagonista.

L'autore è capace di coinvolgere il lettore con la stessa semplicità ed onestà del suo protagonista, che riesce (anche lui) nel difficile compito di farci sorridere di fronte alla morte, facendosi quasi beffe di essa con un umorismo, un pò nero, ma sempre misurato e sincero, anche perchè in ogni pagina c'è la consapevolezza che  si trattava solo di un arrivederci e non di un addio.

Il libro di Francesco Muzzopappa fa sorridere ma anche parecchio riflettere grazie alla sua capacità di sviluppare una cosa naturale (come la morte) in un qualcosa di molto originale dando poi più colore nel libro agli aspetti meno comuni, raccontando una vita condotta nel bene e nel male senza rimpianti, senza condanna ma solo forse con il desiderio impellente di costruirsi un nuovo io mettendo finalmente a nudo tutto se stesso, di fronte a parenti e amici che forse in vita guardavano il protagonista con occhi differenti.

L'autore ancora una volta si fà interprete della società contemporanea mettendone in evidenza gli aspetti meno convenzionali sempre senza polemica o retorica ma solamente analizzando debolezze e sensazioni, vittorie e sconfitte attraverso una vita comune con un lascito morale che incoraggia a vivere seguendo le proprie aspirazioni, senza seguire le cose inutili per poi non avere rimpianti quando non ci sarà più tempo per rimediare.

Arrivati nel finale al protagonista non rimane altro che raccomandare ai propri cari di non perdersi in epitaffi complessi e di non spendere soldi in fiori, principalmente per non prendersi troppo sul serio e per non dare soddisfazione alla morte che, seppur inevitabile, non aveva messo fine ad un esistenza priva di emozioni ma al contrario era quasi venuta a rendere omaggio ad una vita meravigliosamente vissuta.

Tanti complimenti sinceri a Francesco Muzzopappa perchè come sempre riesce con i suoi libri non solo a conquistare sorrisi ma anche a trattare temi importanti per far riflettere con naturalezza e leggerezza ; questa volta nella difficile impresa di trasformare un momento serio come la morte in un occasione per sorridere, trasformando un testamento in una commedia (quasi esilarante) dai toni molto lontani e più consoni alla tragedia.


 

lunedì 13 giugno 2022

Questioni di sangue di Anna Vera Viva



 Il rione Sanità è un’isola. Un lungo ponte lo divide dal resto di Napoli. Qui, i vivi e i defunti convivono da secoli e non vi è posto, più di questo, in cui morte e vita siano così strettamente intrecciate. Ed è qui che, dopo quarant’anni, due fratelli si rincontrano. Raffaele, dato in adozione giovanissimo alla morte della madre, ci torna come parroco della basilica di Santa Ma - ria alla Sanità. Peppino, invece, è il boss del quartiere. Due uomini che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. Eppure, il richiamo del sangue, ineludibile, li unisce. Un legame che è fonte di pericolo e tormento per entrambi. Quando la morte colpisce e un cadavere viene ritrovato in un appartamento del rione, le indagini, suffragate da un testimone poco affidabile, seguono un unico bina - rio. Quell’omicidio fa tirare un sospiro di sollievo a tante persone, ma Raffaele non si lascia abbindolare. Decide di rivolgere il suo sguardo, esperto della vita, proprio tra la sua gente, anche se questo significa guardare qualcuno di molto, forse troppo, vicino a lui. Ma Raffaele non si è mai fermato davanti a nulla e non inizierà adesso. Sa bene che le sue indagini possono compromettere un equilibrio basato su regole non scritte e allo stesso tempo inderogabili, ma deve andare avanti. Per - ché la Sanità è un’isola e per navigare il mare che la circonda ci vogliono coraggio, passione e un concetto diverso di verità. Nel suo romanzo, Anna Vera Viva ci guida in uno dei rioni più affascinanti del nostro paese. E, attraverso la potenza del sangue, ci fa conoscere l’animo umano e le sue contraddizioni. Dopo aver letto questo libro, l’eterno scontro tra bene e male avrà un sapore nuovo.


 

Anna Vera Viva ha scritto un romanzo davvero molto coinvolgente che fa riflettere sul sottile confine tra bene e male con una storia ricca di sfumature.

La vicenda è ambientata a Napoli nel rione Sanità, un rione con un passato travagliato che negli anni si è completamente trasfromato, lasciando indietro il suo aspetto nobile per quello popolare.

I due protagonisti sono Raffaele e Peppino, fratelli separati quasi dalla nascita fatti rincontrare però dal destino dopo tanti anni proprio nella loro città, incrociando le loro azioni mosse per trovare luce su un indagine complicata che scaverà nel profondo di ognuno per trovare le ragioni, le motivazioni di un delitto che aveva scosso equilibri troppo pericolosi.

Don Raffaele è un parroco "verace" che non si lascia scoraggiare facilmente anche se il suo animo è tormentato continuamente dai tanti ricordi che lo logorano; un trascorso difficile da dimenticare per lui che proprio con questa indagine cercherà di far luce anche sul suo passato, sulla sua origine.

Attraverso il personaggio di Don Raffaele l'autrice sviscera la santità come qualcosa di ibrido tra sacro e profano, per far in modo che l'incontro con la sua nemesi (Peppino) non sia troppo distante, anche perchè faccia della stessa medaglia; diversi ma uniti, cresciuti in ambienti diversi avevano covato nel loro intimo la stessa voglia di emergere, canalizzata in maniera diversa, ma risultando ugualmente "scomodi" nei loro rispettivi ruoli, descrivendoli mai del tutto solo nero o bianco

Possiamo dire che è il sangue il vero protagonista del romanzo, capace di esprimere forte il suo richiamo non solo con protagonisti ma anche per diventare la chiave utile per scardinare le tante verità nascoste.

L'autrice scandaglia e analizza l'interiorità dei suoi personaggi per giustificare le azioni e le scelte dettate dettati dalla loro morale, asseccondando la loro natura. 

Ma la bravura dell'autrice è soprattutto espressa nel dipingire il rione sanità attraverso i rumori e sapori che percepiti come reali animano un quartiere ricco di diverse sfumature, un quartiere difficile però dove sacrifici e rinunce sono all'ordine del giorno e cure indispensabili per guarire povertà e dissocupazione ma soprattutto l'assenza delle istituzioni.

Anche per questo le indagini saranno portate avanti in un clima collettivo, proprio perchè il quartiere e gli abitanti erano abituati a condividere affanni e problemi, dove la fratellanza viene espressa anche come voglia di non arrendersi, di rinascere; In questo clima, nonostante la soluzione, la verità alla fine arriverà con prepotenza non permettendo di restituire pace però su diverse questioni legate soprattutto ad una umanità che purtroppo nella società presente rischia di morire sul nascere.

 Tutta la veridicità del romanzo riflette l'amore vivo e sincero  dell'autrice per la città, non nascondendosi dietro la bellezza e i colori di una terra, ma puntando il dito con forza su tutti quei contrasti, con piglio severo ma senza giudicare.

Complimenti sinceri a Anna Vera Viva che ha scritto un romanzo trascinante, con una trama originale capace di conquistare con una storia che esplora l'animo umano tra le sue tante contraddizioni, che riflette sulla coscienza personale dove il bene e il male trovano un punto d'incontro in una vita sempre pronta a regalare sorprese, a dividere ma anche a riunire.


lunedì 30 maggio 2022

Morsi di Marco Peano

 

Tutto ha inizio con una ragazzina che gioca nella neve. Si chiama Sonia, sono le vacanze di Natale del 1996 – quelle della grande nevicata – e lei deve passarle suo malgrado a casa della nonna. Siamo a Lanzo Torinese, un paesino di mezza montagna dove ogni cosa sembra rimasta ferma a cinquant’anni prima. Compresa la casa cigolante e ingombra di mobili in cui vive nonna Ada, schiva, severa vecchia che nella zona ha fama di guaritrice (ma chissà, forse è altro), per la quale Sonia prova un affetto distante. La scuola ha chiuso prima del previsto a causa di quello che tutti chiamano “l’incidente”: la professoressa Cardone, acida insegnante di italiano, si è trincerata nella sua aula e durante una lezione – di fronte a una classe segregata e terrorizzata – ha fatto qualcosa di indicibile. Qualcosa che adesso, mentre Lanzo un po’ alla volta si svuota per via delle feste e dell’incessante vento ghiacciato, sembra riguardare tutti gli abitanti. Toccherà a Sonia, insieme al suo amico Teo, ragazzino di famiglia contadina educato alla voracità, affrontare l’incubo in cui sono precipitati. Complici per forza, Sonia e Teo si avventurano nel biancore accecante della neve col distacco curioso di chi non ha pregiudizi e forse proprio per questo può sperare nella salvezza. Ma che cos’è la salvezza? Andar via, cambiare vita? O restare e tentare di resistere?


Marco Peano ha scritto un romanzo che mi ha piacevolmente spiazzato e sorpreso, attraverso una trama che si sviluppa pagina dopo pagina in maniera davvero inattesa con tanti colpi di scena.

Se il libro nella parte iniziale viene percepito come un romanzo di formazione ecco che quasi subito un singolo sconvolgente episodio stravolge la narrazione che passa rapidamente senza filtri dall'Horror per il Fantastico, trasformandosi in una favola dark che fondamentalmente racconta il passaggio dall'infanzia all'età adulta scoprendo la vita e le sue verità nel bene e nel male.

La vicenda è ambientata nelle valli torinesi durante le vacanze di natale 1996, un luogo dove la vita sembrava essersi fermata, dove la quotidianità trascorreva rallentata fino a quando qualcosa di indicibile sconvolge tutto e tutti fin dalle viscere, dando il via a nefasti episodi che macchieranno il candore della neve con il rosso del sangue.

I due protagonisti sono solo due ragazzini, Sonia e Teo, uniti da un amicizia timida e sincera che, come l'intero paese, vengono coinvolti da un incubo figlio di una follia che costringerà i due a crescere in fretta per affrontare quell'orrore che aveva strappato di dosso lo loro innocenza.

Il lettore accompagnerà Sonia e Teo in questo viaggio di sola andata dove per sopravvivere bisognava capire in fretta se fosse meglio scappare o rimanere per resistere:

Sonia più razionale e risolutiva mentre Teo più insicuro e ingenuo per la prima volta nella loro vita erano soli e senza l'aiuto di nessuno, costretti a fare i conti con una morte, sviscerata nel romanzo in maniera macabra ma naturale, raccontando quell'incubo in cui erano sprofondati con occhi innocenti.

Lo stile dell'autore si mantiene senza dubbio molto scorrevole in ogni parte del romanzo; sempre incisivo e graffiante, risulta molto tagliente e freddo nelle fasi più cruente, sicuramente per non lasciare tempo e spazio alla pietà e alla comprensione che risulta presente invece nelle parti narrative più cupe che mostrano il fianco alla riflessione più profonda.

L'autore utilizza a pretesto l'epidemia nel romanzo per edificare una società incapace di lottare e combattere, logorata sotto i colpi non solo di un male che tornava ciclicamente sotto forme diverse, ma anche da un'incomunicabilità e staticità che impediva di evolvere; una società (moderna) destinata all'autodistruggimento se intrapresa la strada del rifiuto verso tutto quello che è nuovo e diverso, incapace di reagire alla perdita comune non accettando un cambiamento inevitabile, un futuro necessario per andare avanti.

Quello di Peano è un libro che colpisce forte con la stessa intensità dei colpi inferti dal terrore che incupisce la vicenda narrata, un dolore sordo che diventa allegoria di una paura del crescere e affrontare le difficoltà della vita mettendosi in discussione.

Complimenti sinceri a Marco Peano che con il suo romanzo riesce a "demolire" i cardini di un Genere ben distinto, che nel libro si modellano invece in maniera originale su varie sfaccettature e interpretazioni, emozionando i lettori attraverso una lettura che forse solo nel finale appare un po' troppo "precipitosa", lasciando frustrazione per tante domande insolute in un epilogo di una vicenda sconvolgente quanto trascinante che sembra non essersi preso il tempo necessario per ricevere i meritati applausi.


 

mercoledì 18 maggio 2022

Trema la notte di Nadia Terranova

 

28 dicembre 1908: il più devastante terremoto mai avvenuto in Europa rade al suolo Messina e Reggio Calabria. Nadia Terranova attinge alla storia dello Stretto, il luogo mitico della sua scrittura, per raccontarci di una ragazza e di un bambino cui una tragedia collettiva toglie tutto, eppure dona un'inattesa possibilità. Quella di erigere, sopra le macerie, un'esistenza magari sghemba, ma più somigliante all'idea di amore che hanno sempre immaginato. Perché mentre distrugge l'apocalisse rivela, e ci mostra nudo, umanissimo, il nostro bisogno di vita che continua a pulsare, ostinatamente. «C'è qualcosa di più forte del dolore, ed è l'abitudine». Lo sa bene l'undicenne Nicola, che passa ogni notte in cantina legato a un catafalco, e sogna di scappare da una madre vessatoria, la moglie del più grande produttore di bergamotto della Calabria. Dall'altra parte del mare, Barbara, arrivata in treno a Messina per assistere all'Aida, progetta, con tutta la ribellione dei suoi vent'anni, una fuga dal padre, che vuole farle sposare un uomo di cui non è innamorata. I loro desideri di libertà saranno esauditi, ma a un prezzo altissimo. La terra trema, e il mondo di Barbara e quello di Nicola si sbriciolano, letteralmente. Adesso che hanno perso tutto, entrambi rimpiangono la loro vecchia prigione. Adesso che sono soli, non possono che aggirarsi indifesi tra le rovine, in mezzo agli altri superstiti, finché il destino non li fa incontrare: per pochi istanti, ma così violenti che resteranno indelebili. In un modo primordiale, precosciente, i due saranno uniti per sempre.





Nadia Terranova ha scritto un romanzo capace di attraversare la sofferenza descrivendo depressione e desolazione senza compassione, senza pietà, sviscerando la miseria umana senza giudizio, lasciando al lettore la riflessione più severa.

Questa cruda realtà è quella che, nel terremoto del dicembre 1908 colpì Messina e Reggio Calabria, due città seppur vicine geograficamente divise dal mare e adesso compagne di una sventura comune.

Il libro è soprattutto la storia di due vite, quelle di Nicola e Barbara che, schiacciate dal peso di essere ancora vive, di fronte alla tragedia vissuta "magicamente" si liberano da quell'ossessione, dall'egoismo travestito d'amore, abbandonando per sempre un sentimento malsano e folle per rinascere completamente: Nicola, con un padre assente, era vittima della madre, un incubo travestito d'amore, che agiva preda di un suo disagio provocato dal contrasto tra fede e ragione.

Barbara invece è "semplicemente" una figlia che lottava per rivendicare la sua identità, la libertà di essere, non solo moglie, ma prima di ogni cosa donna.

Entrambi figli di un destino comune, affrontano la tragedia del terremoto in maniera positiva, come un'occasione tragica per ricostruire un'esistenza, svincolandosi da un mondo che d'improvviso era crollato non solo materialmente, cancellando d'un colpo tutte le regole a cui erano costretti ad obbedire.

Il libro è diviso in due parti : la prima, incentrata sulla vita dei due protagonisti, dove ritroviamo note di disperazione e sofferenza mentre la seconda è nettamente più piena di speranza e ottimismo per un presente e un futuro che, se da una parte poteva essere costruito liberamente, dall'altra lasciava un velo di tristezza per un passato che ormai non si poteva più recuperare.

Una volta perdonato agli altri il male subito, solo alla fine i protagonisti saranno finalmente pronti ad accettare le loro imperfezioni che diventeranno poi, poco alla volta, quel valore aggiunto per riuscire ad accettarsi, per poi abbracciare in maniera naturale tutto quello che il futuro avrebbe riservato loro, nel bene e nel male.

Lo stile dell'autrice colpisce, non solo con la trama e la capacità descrittiva, ma anche penetrando attraverso un'attenta introspezione caratteriali dei personaggi, riuscendo bene ad amalgamare due fasi narrative che, seppur completamente differenti, avevano la stessa tensione emotiva; 

L'autrice è brava anche nel ricreare con originalità una lingua che vive nel passato, in un passato specifico che, seppur a volte poco espressiva, a fini narrativi risulterà molto evocativa soprattutto nei passaggi principali.

Nel libro possiamo notare anche come l'autrice gioca molto  combinando esoterismo e superstizione, racchiusi in una cultura siciliana meravigliosamente edificata anche quando emergono con forza figure femminili che lottano e combattono per ottenere quello che aspettava di diritto confrontandosi, non con poche difficoltà, con un mondo fatto di uomini avvelenati da arroganza ed egoismo.

Tanti complimenti a Nadia Terranova per il suo romanzo che, pur attraversando tragedia e morte (descritta nella fase più incomprensibile), è capace di esprimere speranza e forza, racchiusi in quel spirito di sopravvivenza necessario per riemergere e per rinascere nonostante tutto il dolore; 

Un romanzo davvero coinvolgente che testimonia come a volte le perdite possano essere motivo per cambiare, per risorgere solo se pero' capaci di "convivere" con le avversità che la vita ci riserva, non respingendole, ma imparando a portare le cicatrici di un passato doloroso senza nasconderle.  

Formule mortali di François Morlupi

 In una torrida estate romana, un anziano cammina nel parco di villa Sciarra, nell’elegante quartiere di Monteverde. Un odore tremendo atti...